Petra's page
Son rientrata un po’ (tanto) brilla dalla cena con la cuginetta. Che dovrei forse chiamar cuginona, vista la statura ..un metroeottantaduecentimetri..e il fatto che a 25 anni sta mooooolto più avanti di me quanto ad esperienze di vita, a saggezza, et cetera, et cetera. Mi siedo davanti al pc e mentre chatto con un mio amico rollo una sigaretta di fortuna, con tabacco e cartine rimediate non so quando, e un filtro accartocciato dalla cartolina pubblicitaria di una performance in un locale del pigneto. Officine, si chiama…il nome non brilla per originalità, ma il posto non l’ho mai sentito... toccherebbe andarci. La sigaretta nel frattempo ha preso forma…sembra un fischione, in realtà…ma tira meglio di quelle girate con i filtri appositi. O, quanto meno, si spegne meno facilmente. Mentre aspiro e mi incammino sulla via del tabagismo all’età di 30 anni, rielaboro finalmente la giornata…che definirei a dir poco faticosa per la mia testolina. E per quelle degli altri. La tensione è alle stelle per via di una scelta professionale drammatica: firmo o no un contratto part - time fino ad ottobre come commessa?????? In effetti cercherei altro, ma…al momento...questo si è presentato. Ho stressato con i miei dubbi su i pro e i contro tutti i conoscenti disponibili. Come da manuale ho spostato il problema, deviando la tensione sul tipo di turno. Gli ho sparato il pippone d’ordinanza, e lui mi ha gentilmente mandata a cagare in maniera più o meno ortodossa. Ho cercato rassicurazioni persino dal mio papà. Alla fine me ne son fottuta e come sempre ho ripiegato su una cena a base di alcool e tante cazzate! Ho lasciato mia cugina al suo destino quando ho scoperto che stava andando a vedere l’ultimo di Tarantino e me ne son tornata a casa. E qui...penso a quanto sono assurda. A come faccio a viver ogni cosa in maniera così drammatica. A star malissimo per ogni scelta che mi si ponga. Ad avere un’emotività così prorompente. Ma soprattutto quello che mi stupisce è quanto io sia contraddittoria. Dicotomica. Ad associare un’allegria e una voglia di vita e divertimento trascinanti, ad un risvolto cupo e pesante dell’animo. A compensare tutta la mia sensualità godereccia con l’affettività di una bambina. Ci sono dei momenti in cui mi sento veramente una persona speciale. Ma forse sonon solo attimi di ego sfrenato. Direi che, in effetti, sono disarmante anche per me stessa. Non se ne viene a capo. Mi arrendo.
In effetti, mi aspettavo un bel film. Tanto che mi sono ritagliata un paio d’ore prima del tokolavoro per infilarmi al cinema eden ed andarlo a vedere. Ma questo mi ha davvero colpito. Senza raccontarvi la trama di breakfast on pluto (del regista Irlandese Neil Jordan), vi consiglio vivamente di andare a vederlo, perché…commovente, alla fine del film avevo gli occhi umidi. Brutale, non risparmia nulla che sia crudo, come è crudo il mondo. Dolcemente divertente. Ma soprattutto, a me è sembrato tanto poetico. Una grande poesia, sull’emarginazione e la violenza. Pennellate romantiche per dipingere questi temi asciutti, in una maniera così dolce da convincere anche me, dotata di una buona dose di rozzezza, che mi rende solitamente refrattaria a ciò che è troppo artistico e poetico nei libri e nei film. La colonna sonora è molto bella, tutta musica anni ‘70..e per quel che ci capisco, anche le immagini (la fotografia si dice???) sono molto belle. Insomma..andate andate andate!
Adesso sono quello che non ero ed ho desiderato essere. La mia vita è migliorata? Forse. Perché nell’anelito incessante verso quel che vorremmo, e che vorremmo essere, l’insoddisfazione resta padrona. Padrona delle mie giornate. Delle mie notti. Delle serate in compagnia, di quelle da sola, dei film che vedo e dei romanzi che leggo. Della musica che ascolto. È nei miei occhi, nel modo in cui guardo quello che mi circonda, le persone che ho accanto; nei miei pensieri, rivolti a quel che faccio e che potrei o forse dovrei fare, e a quel che vorrei fare. Ai sentimenti che provo, al come e al perché li provo. Questa smania sotterranea di non so cosa accompagna anche le mie emozioni. Le persone che mi piacciono, quelle che non mi piacciono, quelle di cui potrei innamorarmi e quelle per cui sarà sempre impossibile che io provi amore. O forse è il contrario, ed è la mia tumultuosità passionale a comandare questo sempiterno fluttuante galleggiare. Uh…che paroloni, forse. Ma è così che mi sento. Così che mi sono sempre sentita, ed è così che, probabilmente, continuerò a vivere.

Un week-end “Come Dio Comanda”
"Per quanto mi riguarda… erano mesi che io e Mela avevamo in programma
questa incursione insieme in quel di Torino. L’intento originario che ci
muoveva era il tentativo di approccio con Samuel e Boosta... obiettivo
che avremmo perseguito anche insinuandoci in quel di Casasonica. Nelle
more organizzative, noi ci siamo un po’ demotivate nei confronti
dell’intento che faceva molto “giovane”, Boosta si è quasi sposato con
Fernanda Lessa, e Samuel ha fatto perdere al mondo del gossip le sue tracce… ma
in un modo o nell’altro, siamo riuscite a portare a termine il nostro
progetto. All’indomito duo Petra-Mela si è aggiunta un’amica, Fiammetta,
attirata dal nuovo obiettivo del viaggio: la fiera del libro, a metà
maggio. Anche qui, l’idea di cercare contatti per spingere racconti o per
aprire bibliobar, è stata subito abbandonata a favore dell’inseguimento
di un altro idolo: Niccolò Ammaniti. Ebbene sì, lui è romano, abita
pure dalle parti mie, ma sono dovuta andare fino a Torino per sentirlo
parlare di persona. E ne sono stata davvero felice. Abbiamo fatto belle
cose nel weekend, siamo state davvero bene, abbiamo persino scoperto che
Giancarlo, quello dei murazzi, s’è aperto un magazzino –un altro
locale- dall’altro lato dei murazzi, appunto… ma tutto, almeno per quanto mi
riguarda, quasi scompare davanti all’incontro ravvicinato con lo
scrittore. Anche perché ce lo siamo sudate. Infatti, sul programma della fiera
l’avviso dell’obbligo di prenotazione per sentire le conferenze era
scritto tipo quelle clausole quasi minuscole con cui tentano di negarti
il diritto di recesso nei contratti di vendita porta a porta di enciclopedie o
aspirapolveri. E noi ovviamente non l’abbiamo notato. Ma
arrivate davanti alla sala della conferenza…"
“… arrivate davanti alla sala blu abbiamo notato subito il tipo in giacca e cravatta con l’auricolare
che piantonava la porta. Ci siamo date un’occhiata giusto il tempo di capire che il tipo da
corrompere era lui. Il tipo era incorruttibile ma molto molto gentile (come tutti i ragazzi Torinesi
devo dire… che a onor di cronaca sono anche piuttosto bellocci! Ma questa è un’altra storia…),
dicevamo, l’incorruttibile ma gentile ci ha consigliato di piantonare la posizione perché in genere
all’ultimo momento chi ha il biglietto non viene o non entra e quindi ci poteva far entrare.
In pochi minuti all’ingresso della saletta si è andato formando un discreto numero di persone,
con biglietto e senza, io e Petra continuavamo a piantonare la transenna. Che buffo!
Entrambe abituate ad aggrapparci alle transenne per i concerti ci siamo trovate a dover
difendere con le unghie la nostra posizione per vedere uno scrittore… la cosa non ha fatto che
riempirci di un sano e gioioso stupore! Ma come ogni impresa eroica che si rispetti, proprio
a 5 minuti dall’apertura delle porte, è intervenuto il fato… una signora alle mie spalle ha pronunciato
le parole magiche – chi vuole un biglietto? – con le parole ancora nell’aria mi sono girata
di scatto – Io!!!!! – ed ecco! Avevamo un biglietto! Beh, pensiamo, adesso le possibilità di
entrare aumentano notevolmente. Abbiamo pianificato il tutto, avremo aspettato che entrassero
quelli col biglietto e poi saremo entrate insieme con un unico biglietto (o entrambe o nessuna!),
ma mentre la gente comincia ad entrare, il tipo alla porta fa – Qui c’è un biglietto in più che
la signora a rinunciato – e lascia cadere il biglietto… ovviamente è nostro!!! Secondo biglietto
ottenuto entriamo e ci godiamo il nostro Niccolò. Finalmente. Entrambe beate di poter sentire
il nostro idolo parlare dei suoi libri, di scrittura, della sua vita, entrambe col sorriso ebete di chi
rimane soddisfatto nel vedere che una persona è esattamente come te la immaginavi
dai suoi libri… le ore scorrono e se non avessero fatto letteralmente evacuare la sala
saremo state ad ascoltarlo tutto il giorno… che bello! E così, vagando per gli stand alla
ricerca di chicche letterarie e nuove case editrici, ubriache di Niccolò e ancora rintronate
dalla nottata ai Murazzi, abbiamo finito il nostro bellissimo week-end Torinese... potrei dire
di essere delusa dal non essere riuscita a vedere Samuel, potrei dire che avrei voluto fare tante
cose ma come sempre il tempo è tiranno… potrei… invece dirò solo che siamo state bene, che
il salone del libro mi ha entusiasmato come una bimba la mattina di Natale, che Torino è stupenda
e lasciarla è sempre doloroso e che questo blog a quattro mani mi ricorda l’ultimo libro che ho
comprato: “Manituana” dei Wu Ming, e a questo proposito citerò un colloquio via msn:
m - oh potremo scrivere un post su torino insieme –
p - si
p - ammazza originali
p - non lo fa nessuno…
m – cosa?
p – di scrivere i libri a quattro mani…
m – i libri si ma i post no
p – mmm…
p – quanto stiamo avanti!
m – anfatti “
“ebbene sì, aggiungo che più avanti di noi c’è solo Giancarlo, che s’è aperto pure il magazzino…”
Certo che ne ho fatta di strada…e chi se l’aspettava, viste le mie umili origini. Sono nata di notte, in un capannone buio e umido di bangkok. Le mani di una bambina tailandese hanno tagliato il pezzo di plastica blu elettrico, applicato i ganci e i bottoni, rifinito alla meglio le cuciture…ed eccomi qui. Una cinta stile anni ’80. Hanno detto che sarei tornata di moda. Sono stata messa subito in vendita in una bancarella, al mercato principale della città. Ho aspettato un po’ ma alla fine sono stata comprata insieme ad altre mie simili da una ragazza straniera. Sono stata chiusa con loro in uno scatolone per tanto tempo, sentivamo che ci spostavano in continuazione, ma non sapevamo dove fossimo dirette. Si mormorava che saremmo arrivate in europa. Nemmeno sapevo cosa fosse, l’europa , a quei tempi. Dopo un lungo viaggio, l’ho scoperto. Sono arrivata a Roma, accolta dalla stessa ragazza che ci aveva comprato in tailandia. Ci ha portato a tutte in piccolo negozio al centro della città. Anche lì sono stata tanto tempo. Ma era tutto diverso dai tempi di bangkok. Lì stavo su un banco polveroso, in mezzo alla strada, e la gente che vedevo passare non era felice. Qualcuno si, ma era solo la gente straniera. Qui mi hanno sistemato da sola, sopra una sedia, in mostra dietro un vetro. Con tanta luce. Mi hanno addirittura attaccato un pezzetto di carta con un prezzo solo per me. La gente che passava si fermava a guardarmi. Ci sono rimasta qualche mese, poi mi hanno spostato. Mi hanno messo all’interno del negozio, sopra un tavolino. Vicino una collana, anche lei di plastica. Nel frattempo, hanno sostituito il biglietto col prezzo. Vedevo tanta gente entrare. Molti mi toccavano, mi guardavano, ma poi mi rimettevano sempre a posto. Sentivo il loro discorsi., a volte parlavano di me, a volte della loro vita. Vedevo la ragazza che mi ha portato qui in Italia Si chiama Sabrina. A volte c’era anche un’altra ragazza, ma molto spesso lei è qui da sola. E quando sta sola, parla al telefono. Non sembra felice. Quando finisce di parlare si mette a piangere quasi sempre. Poi si alza e inizia a sistemare tutto. Un giorno la collana accanto a me se n’è andata. È stata portata via da un signore, dopo che Sabrina l’ha avvolta in una carta colorata, che ha fermato con un nastro. Quando il signore è uscito, lei ha messo un’altra collana vicino a me. Poi mi ha guardata per un po’, mi ha presa e mi ha portata via. Questa volta sono stata messa al piano di sotto, in una stanza fredda e buia, su uno scaffale, e anche lì son rimasta tanto tempo. Ogni tanto Sabrina veniva a prender qualcosa lì sotto e la portava via, di sopra, ma io restavo sempre lì. Non vedevo quasi nessuno. Solo lei, qualche volta. Finchè, un giorno, mi ha preso e riportata di sopra: mi ha sistemato accanto ad un vestito viola. Di nuovo dietro al vetro. Di nuovo
Mi riaffaccio sul mio blog, tralasciato da un po’ di tempo per motivi –era ora- di impegni, con un commento ad un articolo che ho letto su repubblica.it.
È al riguardo delle elezioni presidenziali francesi. Riporto in seguito l’articolo, chiosato al volo con mie riflessioni, peraltro inutili, ma che mi vengono dal cuore.
PARIGI - Il leader dell'estrema destra Jean-Marie Le Pen ha invitato i suoi elettori ad astenersi al secondo turno delle presidenziali, in programma domenica. Le Pen ha ottenuto al primo turno il 10,44% dei voti.
Direi che questa cosa è decisamente grave. Come se da noi
"Non dobbiamo assumerci alcuna responsabilità nella scelta: rimangono in lizza due candidati rappresentanti di quei partiti che hanno trascinato alla rovina
Non me lo ricordavo. Ma è decisamente grave anche questo.
I sondaggi continuano a dare Sarkozy in vantaggio: il candidato conservatore avrebbe il 52%, contro il 48% della socialista Royal. Gli esperti ritengono che il 60% degli elettori di Le Pen voterà per Sarkozy.
E qui…ma ci volevano degli esperti per capire che gli elettori di estrema destra non daranno il loro voto al candidato socialista??????????? Vabbè.
Spero di tornare presto al blog magari con qualche racconto…
E’ un po’che non mi cimento in casalinghe recensioni ed appassionati consigli riguardanti musica o letteratura. Questa volta, anziché consigliarvi un libro, sento l’impellente urgenza di sconsigliarvelo. Il romanzo in questione è meno di zero di Bret Easton Ellis. L’ho comprato perchè avevo sentito parlar bene di questo scrittore da più di una persona. Il suo libro più famoso è American Psycho, da cui è stato tratto anche un film…ma, poiché dando un’occhiata ai vari titoli mi sono accorta che le tematiche erano più o meno sempre le stesse, ho preferito approcciare col volume più breve, e riservarmi di leggere eventualmente in futuro tomi più voluminosi, qualora l’incontro con questo scrittore fosse risultato di mio gradimento. Credo invece che io ed Ellis ci incontreremo ancora, ma la motivazione di fondo da parte mia sarà quella di toccare un’altra volta con mano prima di dare un giudizio definitivo. Una seconda chance, insomma (come sono magnanima…Petra Petrova che fa questa concessione a Bret Easton Ellis!). In effetti, se non apprezzo un’opera di uno scrittore rinomato, tendo sempre a leggerne un’altra, per poter avere un quadro più completo dello stile dell’artista. Meno di zero decisamente non mi è piaciuto. Il romanzo tenta di mostrare la superficialità, l’immoralità, la decadenza totale dei giovani cresciuti nell’ambiente miliardario del cinema a Los Angeles, attraverso le vicende del protagonista, Clay. Il fanciullo, diciottenne, è ovviamente figlio di un produttore cinematografico (il quale ovviamente riempie il figlio di soldi, ma ovviamente è affettivamente assente), e madre casalinga di lusso e forse anche un’altra cosa di lusso, poiché il figlio trova ogni volta in cortile la macchina di un uomo diverso, durante le assenze del padre (la macchina, ovviamente, è sempre un porche o giù di lì). Che tripudio di originalità. Clay è matricola all’università nel New Hampshire (dove ovviamente oltre a studiare fa uso di alcol, droghe e partecipa a feste e festini), ed è tornato a casa a Los Angeles per le vacanze di natale, dopo quattro mesi di assenza. Lì ritrova la sua famiglia, con tanto di sorelle che a 14-15 anni pippano cocaina, i suoi amici, che ha 18 hanno già provato ogni sorta di droga nonché di pratiche ed orientamenti sessuali, e la sua fidanzata, che lui aveva semplicemente omesso di chiamare durante quei 4 mesi passati fuori, la quale è ancora convinta che loro stiano insieme (acuta, la bimba). E poi giù feste, festini, strafattume di ogni sorta, sadismo, champagne a fiumi. Ellis vorrebbe però di mostrare il disagio crescente di Clay giorno dopo giorno, davanti allo schifo che gli si presenta…servono allo scopo anche molti flash back semi nostalgici del ragazzo sulla sua infanzia, quando tutto sommato nella sua famiglia c’erano un po’ meno soldi, ma più sentimenti (e sottolineo quell’un po’). Forse ci riesce, ma il risultato non cambia. Lo stile è scarno, essenziale, e fin qui ci si può anche stare. Filone del minimalismo letterario americano. Ma qui il concetto di minimalismo è una scusa per mascherare il nulla. La descrizione della violenza, degli eccessi , qui è quasi fine a se stessa. L’autore fa un tentativo iperrealista che però trascende nell'esagerato quasi ridicolo, annullando i buoni propositi di critica sociale: ad esempio, quando Clay accusa -davanti alla madre che rimane indifferente- le sorelline di rubargli la cocaina, e, una volta rimasti soli (almeno quello…) si sente rispondere dalla sorella minore –tredicenne- “Stronzate. Io me la compero da sola, la mia cocaina.” . E con questo, posso anche avvicinarmi alla conclusione…A mio avviso, Ellis non fa altro che trasporre su carta perversioni e morbosità umane, cosa che, si sa, attirano i lettori. Non che io sia contraria a descrizioni crude o perverse. Ma devono esser serventi alla trama. Qui al contrario è quasi insussistente il filo narrativo, sembra a volte che storia sia creata per supportare le scene di violenza o di inutilità…un po’ come la funzione della trama nei film porno.
Litorale romano. Località balneare alto borghese. Pranzo pasquale al ristorante, per una famiglia della Roma bene. La famiglia per l’occasione è in composizione allargata…coppie con figli, nonni e zii single. Una coppia ha due bambini in età da elementari, un’altra due ragazzi adolescenti o post- adolescenti, un maschio ed una femmina. Tutta la tavolata è ben vestita ma senza eccessi, quel casual-chic naturalmente elegante con cui si rilassa l’alta borghesia quando non è costretta dalla professione o da serate di circostanza ad indossare abiti decisamente più formali. Un look semplice, nessuna indulgenza ad un lusso che sarebbe solo cafone e fuoriluogo , alle ore 13.00 in un tranquillo ristorante fuori città. Tutti sembrano felici, o forse lo sono davvero. O semplicemente sono abituati ad esserlo, in queste occasioni. I bambini di sicuro sono gli unici ad essere veramente contenti, specie quando gli viene permesso di recitare le poesie imparate a memoria in occasione della Santa Pasqua. I fanciulli liceali sono due virgulti. Hanno un bel viso, un bel corpo, atteggiamento sicuro di sè ed hanno già appreso a comportarsi con ipocrisia quanto basta da far finta di essere felici di ritrovarsi lì a quell’ingozzata per quaglie. Lui ha le braccia con bicipiti pompati, che ostenta strizzati dal giromanica di una Lacoste verde, forse di una taglia in meno di quella giusta per lui, portata con colletto alzato sulla nuca. La sorella ha i capelli sciolti, vaporosi, un corpo ben modellato, sottolineato da una maglietta e una gonnellina morbide ma al tempo stesso aderenti. I piedi sono nudi, indossa solo un paio di sandali, anche se non fa propriamente caldissimo. Lei si guarda in giro, a tratti conversa con aria cordiale, tentando di occultare la noia ed il fatto che mangia il meno possibile per evitare di inquartarsi. Il maschio è invece carismaticamente attratto dall’uomo alla sua sinistra, un probabile zio scapolo, rilassato dentro il suo maglione di cachemire e i mocassini timberland vecchio stile. L’uomo passa probabilmente per la persona colta e anche vagamente controcorrente della famiglia. Alternativo, quasi, si potrebbe dire. Il classico esempio del fatto che “la cultura non è solo appannaggio della sinistra, che se ne è infidamente appropriata…anche molta gente di destra sa tutto di musica, arte, letteratura”. Il fascino della cultura indubbiamente colpisce anche l’uomo alla destra del ragazzo -forse il padre- che è anche lui attentissimo a quanto dice il loro mentore. Che dapprima esalta una canzone: “hotel california”..il ragazzo non la conosce, forse anche legittimamente, data la giovane età…sottolineo il forse. L’altro uomo annuisce vagamente, al nome Eagles. Il ragazzo sposta poi con entusiasmo la conversazione in ambito letterario. Inizia a tessere le lodi di Jonathan Coe, del quale ha letto solo la casa del sonno e la banda dei brocchi. Lo trova geniale, i suoi intrecci, i suoi richiami sibillini ed inaspettati…mentre parla si esalta. E’ felice di poter mostrare all’insigne parente che anche lui conosce cose di cultura di nicchia. Dice di voler leggere la famiglia Winshaw, che a quanto gli hanno riferito è il capolavoro dell’autore…Il vate annuisce con aria ascetica, ed inizia a enunciare e recensire tutti gli altri libri di Coe che lui ha letto ed il nipote no. In quel momento, un’altra voce maschile si leva dall’altra parte del tavolo e tenta di inserirsi nella conversazione letteraria, cercando di dare il suo apporto: “a me sapete cos’è che m'è piaciuto molto?!? Vengo a prenderti...mhmm...ehm… ” ... “ti prendo e ti porto via!!!” risponde una voce femminile poco distante. “ecco, sì quello! Proprio tanto!” Ma il nostro trio snobba alla grande la letteratura nostrana. Il guru in particolare preferisce scrittori impegnati: “non so se conoscete uno dei miei autori preferiti, YOSCHUA”. Gli altri due, sconsolati, fanno cenno di no con il capo. Ma il ragazzo, per cercare di guadagnare di nuovo punti agli occhi dello zio si lancia in una congettura: “ummh..YOSCHUA…dal nome sembra ebreo!!!”. Il colto lo corregge: “israeliano”. Il giovane, nonostante la precisazione, è contento di aver indovinato, e poi afferma, sorridendo: “beh, sì, la letteratura non è razzista!”.
Perchè a volte le persone ci deludono. Perché proprio in quel momento ci rendiamo conto che è la nostra fiducia ad esser stata tradita. Perché in quel momento ci accorgiamo che, in qualche modo, confidavamo in quella persona. Che avevamo fatto affidamento su qualcosa, in quella direzione. La radice delle parole è sempre la stessa, ha sempre lo stesso significato…fidarsi. Un concetto così importante da esser ormai inflazionato, sdoganato, assurto purtroppo ad luogo comune altisonante. Ciò nonostante, eterno elemento imprescindibile di ogni solido rapporto umano. E allora ce lo chiediamo. E allora te lo chiedi. Ti chiedi se il motivo alla base di quella delusione può semplicemente riassumersi in una parola, ingenuità. Hai sempre lasciato che fosse l’istinto ad accordare o meno fiducia a chi ti si avvicinava. Perchè l’enorme numero di individui con cui entriamo in relazione nella vita sarebbe ingestibile, se ci servissimo della razionalità. E sarebbe tutto anche meno bello. Ma forse in questi casi ti rendi conto che non farsi anche due conti seguendo la logica è sbagliato. Che è sprovvedutezza credere sempre in qualcuno, solo perché la pelle ci dice di fidarci. O meglio, perchè ce lo ha detto. Eh sì, fattore tempo che passa. Le nostre sensazioni spesso non si accorgono di tanti elementi che possono aver corrotto quello che avevamo intuito. Basta poco affinché le cose cambino, gli equilibri si spostino, gli individui mutino. Un mutamento anche solo impercettibile può stravolgere dei rapporti. In questi casi pensi, con lucidità scevra di ogni romanticismo, che dovresti fare più attenzione. Essere più accorta, sempre. Per evitare delusioni. Perché è sempre in questi momenti, che ti rendi conto che la fiducia è una quantità finita. Una cosa simile alle nostre cellule cerebrali, che col tempo muoiono senza venir sostituite da altre nuove. Gli acidi, i trip, e robe varie, andrebbero evitati proprio perché contribuiscono a distruggere un bel po’ di neuroni. Anche le delusioni delle persone in cui confidiamo hanno più o meno lo stesso effetto…passata la botta, restiamo solo con molta meno fiducia per il futuro.